Che il presente, per il settore del vino, sia complicato forse come non mai negli ultimi 20 anni, è chiaro a tutti. Che il futuro, tra difficoltà economiche, cambiamento dei consumi e salutismo, a volte estremo, sia quanto mai incerto, è un dato di fatto. Così come è evidente che oggi, più di sempre, il settore abbia bisogno di una maggiore attenzione anche da parte del sistema Italia, dalle istituzioni alle imprese. In primis, per contrastare la tesi di chi dice che “il vino fa male” a prescindere, indipendentemente dal consumo moderato o meno. Ma anche per prendere scelte che ad alcuni non piacciono, ma che altri, invece, ritengono necessarie e fondamentali, come l’estirpo di vigneti, soprattutto quello da cui nascono produzioni non remunerative, e la riduzione delle rese nel resto del vigneto Italia. Proposte, tra le altre messe nero su bianco da uno dei nomi che hanno fatto la storia della Valpolicella, ovvero Dario Tommasi, che, insieme alla famiglia, “partendo dalla conduzione di un piccolo podere a mezzadria nel cuore della Valpolicella”, ha “costruito uno dei principali gruppi vitivinicoli del Paese”, Tommasi Family Estates, che oggi coltiva “oltre 800 ettari di vigneto, tra Veneto, Lombardia, Friuli, Toscana, Puglia, Umbria, Basilicata e Sicilia”. Parole, queste, che Dario Tommasi ha scritto, in una lettera al Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, e che ha voluto condividere anche con WineNews.
“Non ho mai visto la nostra vitivinicoltura così in pericolo e così vicina ad una tempesta perfetta che, se non affrontata per tempo e con decisione assoluta, potrebbe scatenare una crisi strutturale di lunghissimo periodo”, scrive Dario Tommasi. Secondo cui, tra i rischi maggiori, oltre alle ricadute dirette sulla filiera, c’è anche quella che sarebbe una conseguente svalutazione dei valori fondiari. E “per evitare la crisi o almeno di attutirne gli impatti, dobbiamo ripensare criticamente al mercato delle bevande alcoliche, al dimensionamento del vigneto Italia, allo strumento consortile”, spiega Dario Tommasi.
Per il quale “il primo tema da affrontare è quello del “megatrend salutista”, o apparentemente tale, che privilegia il consumo della birra a scapito del vino e che, invece, consente ai superalcolici di moda, aperitivi in primis, di compensare il calo dei consumi dei superalcolici tradizionali”. Dario Tommasi spiega che il vino è stato oggetto di “ripetute campagne aggressive”, che ne fanno “un prodotto nocivo affine al tabacco”, ed anche per questo, tra le altre cose, “ha iniziato a soffrire in modo crescente e potrà riprendersi solo se e quando la gente sarà di nuovo convinta che il consumo del vino, in quantità corrette, è compatibile con il proprio benessere”. Per questo senza affermare con forza che “un bicchiere a pasto, consumo moderato, per la grande maggioranza degli adulti è compatibile con benessere e salute”, secondo Tommasi, diventa inutile anche la pubblicità messa in campo dalla singole aziende.
Un altro aspetto decisivo, per Tommasi, riguarda la struttura del vigneto Italia, e la sua gestione. “La viticoltura italiana occupa oggi 700.000 ettari di vigneto; di questi 300.000 producono uve destinate a denominazioni generiche e/o spuntano, comunque, prezzi inferiori ai costi di produzione. Per queste ultime superfici va solamente incentivato l’espianto (con vincolo almeno cinquantennale di non reimpianto) ovvero la conversione in altre colture (oliveto, noccioleto ...) o in bosco, a tutela sia dei valori paesaggistico-ambientali, che della biodiversità, oltre che del mercato vinicolo”, scrive Tommasi. Che, per i restanti ettari, 400.000, “della viticoltura “storica” ed irrinunciabile”, propone rese massime fino a 100 quintali per ettaro, oltre alla previsione di un contributo di qualche centesimo al chilo di uva, da riconoscere “in minor parte ai Consorzi locali (da incentivare, peraltro, ad accorparsi significativamente), in maggior parte per un Consorzio nazionale per il consumo del vino, in grado di operare su basi scientifiche ed anche in sinergia con le istituzioni domestiche e di altri Paesi, oltre che con quelle dell’Unione Europea, visto che il vino italiano di qualità è destinato in misura preponderante alla esportazione”.
Una lettura e proposte, quelle che arrivano da Dario Tommasi, rivolte al Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che viene sollecitato a “tenere assolutamente presente la gravità della situazione; l’ineludibile ridimensionamento strutturale dell’offerta; la necessità e l’urgenza di una risposta al calo dei consumi pronta ed adeguata, affidata ad un solo o comunque a pochissimi centri di spesa, finanziati prioritariamente con risorse private provenienti dalla stessa filiera”.
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