La cucina, quando smette di essere solo gesto quotidiano e diventa linguaggio, si trasforma in identità: racconta chi siamo, da dove veniamo e, a volte, anche chi vorremmo diventare. È un territorio in cui memoria e desiderio si mescolano, dove ogni piatto può diventare una dichiarazione silenziosa di appartenenza o di ricerca. E se c’è una città che più di altre ha saputo incarnare questa idea di attraversamento e trasformazione, quella è Parigi.La Parigi di “Midnight in Paris”, la pellicola cinematografica di Woody Allen, dove il tempo si piega e il passato diventa un luogo in cui rifugiarsi o perdersi insieme ai grandi della storia - da Francis Scott e Zelda Fitzgerald a Ernest Hemingway, da Salvador Dalí a Gertrude Stein - la cosiddetta “Generazione Perduta” degli Anni Venti del Novecento. O quella del film d’animazione “Ratatouille”, in cui la cucina è vocazione, riscatto e identità, e in cui anche chi sembra fuori posto può trovare il proprio spazio, fino a regalare la celebre frase che “chiunque può cucinare”, persino un piccolo topolino. È una Parigi che appartiene all’idea di una città in cui si arriva per cercare qualcosa che ancora non possiede un nome. Ed è proprio in questa dimensione che si muove Hugo, protagonista de “Il cuoco giapponese”, romanzo d’esordio di Lucia Visonà, che tra cucine improvvisate, incontri inattesi e un apprendistato fatto di gesti e relazioni, trasforma il cibo in un modo per interrogare e trovare il proprio “io” interiore.
Un protagonista, quello de “Il cuoco giapponese” (Edizioni Einaudi, 2026, pp. 200, prezzo di copertina 17,50 euro), in realtà, giapponese non è: si chiama Hugo ed è arrivato a Parigi da un piccolo paese nel cuore della Francia. Tra studi poco convincenti e giornate trascorse a bighellonare per la città, la sua vita prende però una direzione inattesa quando un incontro casuale cambia tutto: Madame Laval, anziana eccentrica e gourmand, lo trascina in un mondo fatto di cucina, racconti e visioni gastronomiche fuori dal tempo. Tra i due nasce un legame strano e tenero, fatto di gesti semplici e complicità improvvise, che li porta ad attraversare insieme la Parigi più segreta, tra bistrot, cucine dimenticate e vini leggendari, trasformando la città in una sorta di labirinto del gusto e delle storie. Per Hugo, che nel frattempo lavora come può e cerca ancora la propria strada, la cucina diventa così lentamente qualcosa di più di un mestiere: una forma di scoperta e di identità.
Lucia Visonà costruisce un romanzo delizioso, leggero solo in apparenza, che richiama con delicatezza il valore del rallentare e del ritrovare un rapporto più autentico con il tempo e con la vita quotidiana. Attraverso la storia di Hugo e Madame Laval, la cucina diventa molto più di un gesto tecnico: è vocazione, linguaggio emotivo e spazio di trasformazione. Anche le amicizie gaudenti e conviviali come la loro, però, devono fare i conti con le incomprensioni, con le mezze verità e con i bocconi amari che, proprio come a tavola, possono rovinare ogni banchetto.
Una fiaba metropolitana agrodolce, insomma, dove al fascino di una Parigi contemporanea e riconoscibile si intreccia la tenerezza di personaggi tratteggiati con leggerezza e precisione, ma soprattutto la cucina trova di nuovo spazio per raccontarsi nella sua forma più nobile: la vita stessa.
Copyright © 2000/2026
Contatti: info@winenews.it
Seguici anche su Twitter: @WineNewsIt
Seguici anche su Facebook: @winenewsit
Questo articolo è tratto dall'archivio di WineNews - Tutti i diritti riservati - Copyright © 2000/2026






















































































































































































