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Prima di rispondere a WineNews, Francesco Guccini prende una Malboro Light dal taschino. Poi dice, scuotendo la testa: come compagno e fonte di ispirazione “il vino è tra le leggende che mi trascino dietro. Ogni tanto ne parlo nelle canzoni, ma così”

Italia
Francesco Guccini

Prima di rispondere, Francesco Guccini prende una Malboro Light dal taschino. Poi dice a WineNews, scuotendo la testa: come compagno e fonte di ispirazione, “il vino è una delle leggende che mi trascino dietro, perché ne ho parlato nelle mie canzoni. Ma non è che sia una presenza così costante nella mia vita. Lo adopro, lo bevo volentieri, mi piace, ma non sono né un bevone né un ubriacone, questo sia chiaro. Qualche volta ho preso una balla, da ragazzo, da giovane, ma adesso sono anni che ... e ogni tanto parlo del vino nelle canzoni, perché allora le atmosfere delle osterie erano quelle, ma così”. Già così, del resto, “sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta” (Canzone delle osterie di fori porta, 1974), e, forse, ci manca un po’ quell’Italia in cui il vino era un alimento e non un bene voluttuario. “Ma no, era comunque un fatto culturale anche nelle famiglie di una volta, paragonato al pane in quelle contadine - ricorda il grande cantautore italiano, accendendosi la sigaretta - si teneva da parte per le feste, soprattutto”. Allora come oggi, “è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore” (Canzone dei dodici mesi, 1972).
“Poi noi, i giovani di allora - racconta Guccini - andavamo nelle osterie perché i whisky a go go costavan più cari, e invece lì te la cavavi con meno soldi. Era anche un fatto economico, più che altro. E, quindi, all’osteria bevevi un po’ di vino, suonavi la chitarra, e così andavi avanti. C’era questa abitudine, questo modo di essere”. Perché quando “cade il vino nel bicchiere poi nessuno più si muove” (L’ubriaco, 1970).

Tornando alla musica - o, forse, non abbiamo mai smesso di parlarne - il vino continua ad influenzare la sua produzione, e sono molti quelli a cui “piace far canzoni e bere vino” (L’avvelenata, 1976), perché “La canzone può aprirti il cuore, con la ragione o col sentimento, fatta di pane, vino, sudore, lunga una vita, lunga un momento” (Una canzone, 2004). Ma forse, oggi, ci sono molti “cocktail”, tanta vanità, meno contenuti. “A me piacciono i cocktail”, scherza Guccini.
In quanti, di tutte le generazioni tra cui spazia la sua musica, lo avremmo voluto come prof: “se fossi accademico, fossi maestro o dottore ti insignirei in toga di 15 lauree ad honorem, ma a scuola ero scarso in latino e il pop non è fatto per me, ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43” (Via Paolo Fabbri 43, 1976).
“Di Guccini porto nella memoria le bottiglie. Un tipo che come lui ha bevuto un Mar Caspio di vino dimostra che l’alcool non è affatto contrario all’arte” (citazione Stefano Benni).

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