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“Scoprire la viticoltura biodinamica è stato come imparare a sciare: prima si fa attenzione a non cadere, poi la discesa diventa un piacere”. Da “Terra Madre Salone del Gusto”, a WineNews, il vigneron della Loira e guru della biodinamica Nicolas Joly

Italia
La biodinamica era nel mio destino, dice Nicolas Joly

Se la viticoltura biodinamica ha un padre, quello è Nicolas Joly, vigneron in Loira con Le Coulée de Serrant ed ispiratore di un’intera generazione di vignaioli. Non stupisce, allora, che a “Terra Madre Salone del Gusto” a Torino, la presentazione del suo ultimo lavoro, “La vigna il vino e la biodinamica”, tradotto e pubblicato in Italia da Slow Food Editore, abbia attratto decine di giovani, letteralmente adoranti. Ma come sarebbero andate le cose se, nel 2003, il testo che l’ha elevato al ruolo di guru, “Le Vin du ciel à la terre” (in italiano “Il vino tra cielo e terra”, ndr), non fosse mai uscito? “Indubbiamente - racconta a WineNews Nicolas Joly - oggi lo scriverei in maniera diversa, ma all’epoca, quindici anni fa, non aveva chissà quale pretesa, solo quella di raccontare la scoperta di una maniera differente di fare viticoltura rispetto a come ci è stato insegnato, per di più con meno costi e, come poi hanno dimostrato i risultati, più charme. La biodinamica era nel mio destino, è semplicemente andata così la mia vita e non so il perché, ho smesso di fare il banchiere e ho iniziato a studiare la chimica. Mi hanno donato un volume sulla biodinamica, che ho adorato, ma non sapevo neanche chi fosse Rudolf Steiner, per me era uno sconosciuto. Ho fatto tante sciocchezze, fino a che non ho conosciuto François Bouchet, con cui ho iniziato a fare davvero viticoltura biodinamica, abbiamo iniziato così, senza capire appieno neanche cosa stessimo facendo. Siamo stati trattati come dei pazzi da tutti quanti, i primi anni sono stati davvero duri, fino a che non si è convertito anche qualche grande viticoltore, come Romanée-Conti”.

“È un po’ come lo sport - continua il guru della biodinamica - come mettersi gli sci: all’inizio bisogna stare attenti a non cadere, ma poi la discesa diventa un piacere. La biodinamica si apprende con la pratica, non è una ricetta e non si può dire “comprate il mio vino sono un biodinamico”. Si impara piano piano, in relazione sempre più stretta con la vigna, creando una sinergia tra voi e la pianta, che è alla base del sapore di un vino, una pianta straordinaria, che in sole quattro settimane trasforma un frutto immangiabile in qualcosa di eccezionale, e noi non dobbiamo fare altro che aiutarla, dandole le sostanze, naturali, di cui ha bisogno, come il miele, l’arnica, l’estratto di rosa canina, la propoli, la valeriana. Non c’è bisogno di altro, qualsiasi procedimento enologico non farebbe altro che interrompere la musica. I principi e le proprietà dell’uva si sviluppano da soli, non hanno bisogno di noi: interferire vuol dire tirare le somme di una riunione alla quale non si è partecipato, sarebbe da imbecilli”.

Oggi, però, la biodinamica rischia di diventare più una moda che uno stile produttivo realmente sentito. “È entrambe le cose. Ogni volta che qualcosa diventa lucrativo sul mercato, ci si avventano tutti, come succede a Bordeaux. La cosa bella - racconta Joly - è che dopo qualche anno si sorprendono tutti dei risultati e si innamorano davvero della biodinamica. Quindi sì, è una moda, non per chi ha iniziato da dieci anni o più, ma più recentemente, che però fa bene alla terra, e dà una possibilità a tutti di rapportarsi ad essa in maniera nuova e positiva”. Questo però non vuol dire additare o peggio criminalizzare la viticoltura convenzionale, solo prendere atto del fatto che, in un certo senso, “è un po’ triste. È come la musica, che poggia su tre pilastri: il musicista, lo strumento e l’acustica. In agricoltura l’acustica è la capacità della pianta di ricevere il sole, il musicista è l’agricoltore e lo strumento è la qualità del terroir. Ci sono viticoltori che hanno uno Stradivari, ma suonare uno Stradivari attraverso l’agricoltura convenzionale vuol dire essere dei pessimi musicisti, ed altri che non hanno uno stradivari ma che sono dei grandissimi musicisti: è interessante - conclude Joly - bere vini che non sono stati prodotti in grandi terroir ma dove l’uomo arriva a comporre una musica emozionante. Penso per esempio all’Alsazia. E poi, c’è chi ha la fortuna di avere tutti e tre gli elementi, un buon musicista, con un buono strumento ed un’ottima acustica, ma la cosa importante è riconoscere quando si beve un vino, dov’è il lavoro dell’uomo, dov’è il luogo e dov’è l’agricoltura, tre fattori fondamentali”.

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