Che il vino sia un racconto di paesaggio è un fatto certo, non a caso da Nord a Sud dell’Italia, spiccano territori di produzione “benedetti” anche dal riconoscimento Unesco, dai Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte, Langhe-Roero e Monferrato alle Colline del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, dalla vite ad Alberello di Pantelleria ai muretti a secco di Valtellina, Valpolicella, Etna e non solo. Territori che, per le loro bellezze, hanno visto crescere i numeri dell’enoturismo, dimostrando che il vino può essere un volano per la valorizzazione del paesaggio. E se, come afferma l’incontro promosso a Slow Wine Fair n. 5, che si chiude, oggi, a BolognaFiere, con la direzione artistica di Slow Food. “Il vino come racconto del paesaggio: le opportunità del turismo lento”, la viticoltura può essere un esempio efficace di buone pratiche, grazie all’ingegno e alla lungimiranza dell’uomo che ha saputo preservare i tesori della natura, gestendo e mantenendo, di generazione in generazione, un patrimonio dal valore inestimabile, non mancano comunque le problematiche ed i limiti in un mercato e in una società che cambiano molto velocemente. Coniugare le opportunità del turismo slow con le “responsabilità” di un territorio Unesco è qualcosa da maneggiare con cura: “bisogna necessariamente privilegiare quelli che sono gli aspetti legati alla salvaguardia del patrimonio ietnammateriale - spiega, a WineNews, Leandro Ventura, direttore Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale (Ministero della Cultura) - perché se si lavora in maniera corretta sulla valorizzazione e sulla salvaguardia, si riescono sia a far conoscere quelli che sono gli elementi propri del Patrimonio Immateriale di quel territorio, sia anche a garantirne la conservazione, quindi la trasmissione intergenerazionale che è un elemento di fondo delle pratiche dell’Unesco”. Ventura, nell’incontro, ha spiegato cosa significa il vino inteso come Patrimonio Immateriale e, quindi, “un prodotto che racchiude molti elementi: i saperi artigianali, le caratteristiche del paesaggio, i legami all’interno delle comunità, quelli che sono gli elementi ludici, è qualcosa che lega trasversalmente gli aspetti di vita delle comunità”.
Fabio Bonanno, responsabile agricoltura e food policy dell’Assessorato all’Agricoltura di Roma Capitale, ha ricordato quello che sta accadendo nella Città Eterna, il più grande comune agricolo in Europa, e una delle mete più visitate al mondo, che, dopo la nascita nel 2011 della denominazione Roma Doc, sta continuando a scommettere sui progetti legati al vino: “Roma deve ricordare cosa era e cosa è. Su 128.000 ettari di superficie, 40.000-50.000 ettari sono di patrimonio agricolo. La città deve valorizzare i due terzi di non costruito o non sopravviverà. Il progetto di recupero dei vigneti urbani continua (come già raccontato da WineNews, ndr), Roma era tutta un vigneto, le vie alludono al tema del vino. Ricostruire dei vigneti in città è anche un modo di ricordare”. Ma, nonostante la tradizione e il lavoro di questi anni, “è difficile trovare nelle carte dei vini dei ristoranti della città le etichette romane: pensiamo a degli sgravi per incentivarne la diffusione”.
Il focus si è poi concentrato su alcuni dei territori del vino che hanno visto una crescita importante dell’enoturismo. Ad iniziare dalla Sicilia e, in particolare, dall’Etna con i suoi diversi versanti e le oltre 130 Contrade, tra vecchie vigne centenarie e nuovi impianti che hanno recuperato terrazzamenti e forme di allevamento antiche, “sotto lo sguardo” del vulcano attivo più grande d’Europa e che calamita l’enoturismo. Il vigneron Graziano Nicosia di Tenute Nicosia e vicepresidente Consorzio Etna Doc, ha spiegato che “sull’Etna esiste un turismo legato al vulcano. Negli ultimi trent’anni c’è stato un certo boom, e quando si parla di turismo slow mi viene da pensare ai vigneti. La viticoltura di montagna, nonostante ci sia stato un buco negli anni passati, viene tramandata di generazione in generazione, i saperi dell’uomo vengono diffusi ed è importante. Il turismo, ormai, lo abbiamo destagionalizzato, facendo rete riusciamo ad averlo spalmato su dodici mesi”. Grazie alle iniziative e alle idee. “Ad esempio - continua Nicosia - come la mini-scuola per imparare, in modo divertente, a potare la pianta nei mesi di febbraio-marzo. E cerchiamo di raccontare tutto nel migliore dei modi. Oggi si nota una maggiore ricerca dell’esperienza, il linguaggio è cambiato tantissimo, le degustazioni non sono più così tecniche. Il problema enorme è come fare per raggiungerci, c’è voglia di venire, ma non mancano le difficoltà: un turista non può spendere 100 euro all’andata ed altrettanti al ritorno prendendo un Ncc da Catania”.
Claudia Crippa, produttrice di vino in Lombardia con l’agriturismo La Costa, ha spiegato come l’interesse per la viticoltura, dopo un periodo di stop, “nei territori di Lecco e Como è tornato alla fine del Novecento (del secolo scorso, ndr). Siamo 28 aziende, crediamo che il vino da solo non sia sufficiente. Abbiamo un turismo di prossimità, Milano è a 30 chilometri, ma stiamo riscuotendo un interesse da tutto il mondo che anche piccole realtà come le nostre, che mantengono questo territorio, devono intercettare. Si tratta di una grande sfida perché oltre al bagno di bellezza del Lago, c’è un territorio che vive e non va svalutato”.
Anche perché, come ha ricordato Leandro Ventura, riferendosi al recente riconoscimento a Patrimonio Immateriale Unesco ricevuto dalla Cucina Italiana, quello che è importante non è “pensare al vantaggio economico, ma alla conservazione dei valori culturali che lo contraddistinguono”.
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