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Stop al “meat sounding”: l’Ue definisce cosa può essere chiamato carne e cosa no

Termine vietato per alimenti che non la contengono, ma nell’elenco delle denominazioni non rientrano i “veggie burger”
CARNE, FRANCESCO LOLLOBRIGIDA, MEAT SOUNDING, MINISTRO DELL'AGRICOLTURA, UE, VEGGIE BURGER, Non Solo Vino
Stop al “meat sounding”, l’Ue definisce cosa può essere chiamato carne e cosa no

L’Unione Europea mette un punto fermo nella battaglia sul “meat sounding”, definendo con precisione cosa può essere chiamato carne e cosa no, dopo trattative serrate che hanno spaccato produttori, lobby e associazioni dei consumatori. Il Consiglio e il Parlamento Ue hanno raggiunto un accordo sulla riforma del regolamento dell’Organizzazione comune dei mercati agricoli (Ocm), stabilendo che il termine “carne” debba riferirsi esclusivamente alle parti commestibili di animali, escludendo, così, i prodotti coltivati in laboratorio e impedendo l’uso di termini come “bistecca”, “filetto”, “fegato”, “maiale”, “manzo” o “vitello” per alimenti che non contengono carne. Sono tutelate, inoltre, denominazioni come pollame, tacchino, anatra, oca, agnello, montone, ovino, caprino, coscia, costine, spalla, stinco, braciola, ala, petto, costata, T-bone, scamone e pancetta, tutte riservate esclusivamente ai prodotti di origine animale, precisa una nota del Consiglio. A sorpresa, nell’elenco delle denominazioni vietate non rientrano i “veggie burger”, che potranno continuare a essere commercializzati con questo nome, riconoscendo un uso ormai consolidato e non ritenuto confondibile con i prodotti tradizionali.
Oltre alla stretta terminologica, la riforma punta a rafforzare la posizione degli agricoltori nella filiera rendendo obbligatori i contratti scritti con gli acquirenti e includendo una clausola di revisione per aggiornare i prezzi nei contratti superiori ai sei mesi in base alle condizioni di mercato, mentre l’accordo ora attende la conferma formale delle istituzioni prima dell’entrata in vigore. Gli Stati membri potranno, inoltre, prevedere sostegni aggiuntivi alle organizzazioni di produttori e saranno definite con maggiore chiarezza le condizioni d’uso di termini come “equo”, “equitativo” o “filiera corta”, per tutelare sia i produttori sia i consumatori.
“Ieri l’Ue ha preso due decisioni importanti per ricondurre le cose alla normalità. Si dice basta al “meat sounding”, non potranno essere utilizzati denominazioni tipiche dei prodotti di origine animale per chiamare prodotti di origine vegetale e tantopiù per quelli che vengono prodotti in laboratorio. È un successo dell’Italia che vede riconosciuto a livello europeo il proprio modello agroalimentare. E poi l’Ue ha deciso di fare propria una norma che già vale in Italia per dare più forza nelle contrattazioni ai nostri agricoltori. Una su tutte è la previsione di una clausola di revisione per i contratti superiori ai sei mesi nella fornitura di materie prime - afferma il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida - i nostri agricoltori potranno chiedere, in tutti gli Stati dell’Ue, l’inserimento di una clausola di rinegoziazione per adeguare il prezzo di vendita dei loro prodotti all’andamento del mercato. È un passo decisivo per vedere riconosciuto il giusto valore e il giusto reddito ai nostri agricoltori. Quando diciamo che rimettiamo l’agricoltura al centro intendiamo proprio questo, mettiamo nelle condizioni il settore primario di guardare al futuro con sicurezza e di veder riconosciuta l’importanza del proprio lavoro”.

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