I dazi di Trump, anche se dichiarati illegittimi, ad oggi, in buona parte (e in un quadro normativo degli eventuali rimborsi ancora tutt’altro che chiaro), hanno picchiato forte sulle economie del mondo, compresa quella Usa. Negli States, anche per gli effetti delle guerre in corso, secondo i dati del Bureau of Labor Statistics elaborati dall’American Associations of Wine Economists, i prezzi al consumo dei carburanti, a maggio 2026, erano del 40% più alti rispetto a maggio 2025, per esempio, e tanti altri beni, dai pomodori ai biglietti aerei, dall’elettronica alla carne, per citarne alcuni, sono aumentati in un range dal +10% al +32%. Nel complesso, invece, i prezzi dei vini sono aumentati dell’1,9% nel fuori casa, e addirittura diminuiti del -0,5% negli acquisti per il consumo domestico. E, inoltre, rispetto al 2024, la “bilancia commerciale” della voce vino, per gli Usa, non ha avuto grandi benefici, visto che le importazioni sono diminuiti del -8,3% sul 2024, per 6,2 miliardi di euro, ma le esportazioni sono crollate del -33,5%, soprattutto a causa delle ritorsioni sui dazi americani messe in atto dal Canada, portando il “passivo” a -5,36 miliardi di dollari, con una riduzione di appena il -2,5%. Insomma, nel complesso non un grande effetto positivo, e il vino italiano non si è salvato più di tanto: se nel 2025 sul 2024 le esportazioni verso gli States sono diminuite del -9,1% (a 1,75 miliardi di euro), e nei primi 3 mesi 2026 il calo è del -20,5% sul primo trimestre 2025 (407 milioni di euro, secondo i dati Istat analizzati da WineNews). Eppure, la fedeltà degli americani al vino italiano (e al made in Italy agroalimentare in genere) fa sperare che, quando l’economia tornerà a crescere, anche i consumi di vino tricolore torneranno a farlo. Anche perché, secondo un sondaggio su 1.200 consumatori statunitensi di vino, realizzato da Nomisma per Federvini, “nonostante l’aumento dei prezzi legato ai dazi sia stato avvertito dalla grande maggioranza degli acquirenti, meno del 10% ha sostituito i prodotti italiani”. E “di fronte a una prospettiva di rincaro del 20%, una quota significativa di consumatori dichiara che non modificherebbe le proprie abitudini d’acquisto”.
Guardando ai dati nel dettaglio, intanto, il 68% degli americani che hanno risposto al sondaggio consumano vino, e se solo il 5% lo fa tutti i giorni, un 40% si divide quasi equamente tra chi si concede un calice una volta a settimana o 2-3 volte al mese. E se il consumo, come è naturale, si concentra soprattutto sui vini nazionali (la provenienza “Usa” è indicata nel 62% dei casi, a risposta multipla), l’Italia è subito dietro e prima tra i Paesi Stranieri (40%). E d’altronde, l’Italia, tra i Paesi stranieri, è quello percepito come maggiore di garanzia di qualità, tanto nei prodotti alimentari (59%) che nelle bevande in genere (39%). Stringendo sul vino, italiano e non, la reputazione del brand della cantina e la sua notorietà sono il primo criterio di scelta (42%), seguito, in questa fase, dal prezzo basso o dalla presenza di una promozione (37%, percentuale che sale al 49% tra chi ha un reddito inferiore ai 2.000 dollari al mese), da consigli e passaparola (34%), dall’origine nazionale (32%), dal vitigno (31%), dal packaging (22%) e dall’origine straniera (22%). Il vino italiano, però, è sinonimo di alta qualità (47%), gusto unico e riconoscibile (31%) e tradizione e cultura italiana (27%), sebbene il prezzo elevato sia indicato come il primo ostacolo per l’acquisto di etichette tricolore 40%. Prezzo i cui aumenti, più o meno rilevanti, sono avvertiti dai consumatori. Tanto che più di 1 su 4 dice di aver notato un aumento del prezzo a bottiglia superiore al 20%, e la metà indica aumenti moderati (sotto al 20%). Nondimeno, il 28% degli americani dice di aver acquistato vino italiano come prima, il 43% di aver mantenuto le stesse quantità cercando, magari, offerte o prodotti di prezzo inferiore, ed il 21% ha ridotto un po’ gli acquisti, ma senza sostituire il vino italiano con altri prodotti. E tra coloro i quali non hanno, invece, notato aumento di prezzo (il 12% del campione), il 38% dice che, comunque, continuerebbe ad acquistare come adesso anche in caso di un aumento del 20% del prezzo a bottiglia, ed il 23% che continuerebbe a comprare lo stesso numero di bottiglie, cercando, però, occasioni o prodotti più economici.
In un quadro complesso, dunque, emerge, comunque, una certa fedeltà dei consumatori americani al vino italiano che fa ben sperare per il futuro. Nella consapevolezza che il mercato Usa di domani, quando le criticità di oggi (dollaro debole, guerre e così via) saranno superate, con ogni probabilità sarà, però, diverso da quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi, come commentato, a WineNews, da Albiera Antinori, alla guida di Marchesi Antinori e del Gruppo Vini di Federvini, che sul mercato Usa ha un punto di vista privilegiato, come produttore anche americano, con la proprietà della cantina Stag’s Leap Wine Cellars, tra le più importanti della Napa Valley, in California, e come importatore con la Vinattieri 1385. “Il calo del mercato del consumo di vino negli Stati Uniti non è dovuto solo ai dazi, ma ad una serie di fattori, inclusi temi geopolitici, che sicuramente prima o poi si risolveranno. Magari non sarà un mercato esattamente uguale a come eravamo abituati a vederlo, ma non ho dubbi che la situazione evolverà in maniera positiva, il consumatore americano è un grande appassionato dell’Italia, dei prodotti italiani e del vino italiano. Come evolverà è difficile dirlo - spiega Albiera Antinori - i dazi sono entrati in campo in una fase che era già di crisi, e l’anno accelerata, C’è il tema del three tier system, i tre step che servono per far arrivare vino dall’estero fino allo scaffale, che fa lievitare i costi finali, genera lavoro, ma non crea valore aggiunto. Ci sono le difficoltà della produzione americana che, peraltro, con i dazi, ha visto per esempio Paesi come il Canada chiudersi a certi prodotti, e, quindi, anche i produttori americani dovranno riorganizzarsi al di là della situazione contingente. C’è poi il consumatore - conclude Albiera Antinori - che sta cambiando, in Usa ma non solo, cerca vini più eleganti, meno alcolici, più adatti ad andare bene con tipi di cucina nuovi. Aspetti sui quali la viticoltura americana dovrà mettere mano, mentre l’Italia li ha già un po’ nel suo Dna, e questo fa guardare al futuro con positività”.
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