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EDITORIALE

La coincidenza che conta

Soave, recentemente incoronato come “Borgo dei Borghi 2022”, il borgo più bello d’Italia, (secondo il programma televisivo “Kilimangiaro” di Rai 3), è, evidentemente, il nome anche del vino che si produce in loco (sono 7.000 gli ettari della Doc Soave, che insiste su 13 comuni situati nella parte est della provincia di Verona e che, nel suo Consorzio di Tutela, vede associate 90 aziende, per una produzione media di 47 milioni di bottiglie). La coincidenza dei due nomi, tanto per rimarcare il valore del luogo per il vino, amplifica naturalmente la forza propulsiva di quello che, non a caso, è il senso più autentico della denominazione (in realtà per le Doc italiane, spesso legata a nomi di fantasia o a vitigni che ne equivocano pesantemente il senso). È quel mix che vede incrociarsi storia, linee paesaggistiche e vigneti, in questo caso di Garganega (ma anche di Trebbiano di Soave) e che è sempre più determinante per il successo di un vino. Una prerogativa che, a queste latitudini, è stata ben compresa. Infatti, Soave è stato il primo comprensorio produttivo italiano a fare il suo ingresso nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali di Interesse Storico a cui è poi seguito il riconoscimento del Giahs-Fao (Sistemi di patrimonio agricolo di importanza mondiale, Globally Important Agricutural Heritage System), dedicato a quelle zone agricole nel mondo, che promuovono un’agricoltura sostenibile, lontana dai processi industriali, e che conserva uno stretto legame tra paesaggio, prodotti locali, comunità rurali associate. Un percorso virtuoso che, a Soave, ha trovato un’interpretazione forte e proiettata ad un futuro che, certamente, si sta muovendo su queste direttrici.

(fp)

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