Da normativa, la dichiarazione di raccolta delle uve, ovvero il dato ufficiale di quanti quintali e di quali varietà si è portato in cantina, dovrebbe essere dichiarata dalle aziende entro il 30 novembre. Mentre la dichiarazione della conseguente produzione in vino, entro il 15 dicembre. Termini, questi, che secondo molti sono “congrui” con le tempistiche e con le tecnologie di gestione di oggi, ma sostanzialmente teorici. Poiché nella prassi, da anni, entrambe le scadenze vengono spesso prorogate, e non di poco, andando anche ben oltre la fine dell’anno solare di vendemmia. Con le due dichiarazioni di uva e vino che, non di rado, arrivano in tempistiche assai ristrette l’una dall’altra. Quasi come se si cercasse di far coincidere i volumi delle uve raccolte e quelle delle rese in vino (generalmente da un chilo di uva si producono 0,7 di litri di vino, ma è un’approssimazione, che può variare anche in maniera sostanziale, a seconda dello stato sanitario e di maturazione delle uve ndr), ma alla rovescia, partendo dal prodotto finito e non dalla materia prima, “aggiustando” un po’ i numeri.
Ma in una fase delicata come quella che il sistema del vino italiano (e mondiale) sta affrontando, e dove, con buon senso - sulla scia di quanto fatto in Francia, e come deciso di recente, dopo le mosse italiane e francesi, anche dalla Spagna, con le Cooperativas Agro-alimentarias de Castilla-La Mancha che non divulgheranno dati di previsione precoci “poiché le alte temperature e l’evoluzione meteorologica delle settimane successive impediscono di fare una previsione realistica con un minimo di affidabilità” - la filiera ha deciso di non lanciarsi in stime produttive “precoci”, ma di aspettare i dati a consuntivo a fine vendemmia, la trasparenza e la veridicità dei dati diventano ancor più importanti, oltre che doverose, e il rigore una linea di condotta più importante che mai.
E viene da riflettere sul reale obiettivo di quanto richiesto da alcuni, nei giorni scorsi, di anticipare di 15 giorni rispetto alla scadenza prevista, la dichiarazione di raccolta delle uve. Perché, a detta di molti, basterebbe rispettare le scadenze previste per legge, senza che una parte della filiera, soprattutto quella prevalentemente agricola, potesse contare su proroghe che sono diventate ormai la normalità. L’obiettivo, secondo le opinioni di molti, starebbe nel correggere una prassi poco virtuosa e “opaca”. Perché il settore sta prendendo coscienza, a mezza voce, che oggi più che mai servono dati realistici, affidabili ed in tempi congrui alle necessità di una pianificazione gestionale che deve essere più chirurgica che in passato.
Visto che nel complesso, ad oggi, c’è ben più di una vendemmia in cantina, e che il mercato non cresce a ritmi sostenuti come avvenuto per tanti anni consecutivi nel recente passato, ma anzi tende lentamente ma progressivamente a vedere contrarsi i volumi di consumo. Per questo sono necessari dati il più possibile veritieri e tempestivi, che servono non solo per evitare distorsioni sul mercato, ma anche per rafforzare la credibilità di un settore, come quello del vino che, va detto, dai fondi Europei specifici come quelli dell’Ocm Vino, ai vari strumenti di finanziamento dell’agricoltura in genere, a misure ad hoc per la promozione, anche con fondi nazionali, che integrano le risorse messe in campo dalle aziende, gode di un supporto pubblico importantissimo. Che è senza dubbio meritato, visto non solo il prestigio che il vino italiano porta al Paese, ma anche la cura del paesaggio che in tanti territori, da Nord a Sud, la viticoltura genera, e ancora dal punto di vista dell’indotto, anche enoturistico, in tante zone di agricoltura, eroica e non solo, che molto probabilmente senza la “ricchezza diffusa” generata dalla filiera vitivinicola, sarebbero destinate all’abbandono, per citare solo alcune delle “esternalità positive” legate alla coltivazione della vite e alla produzione e al commercio del vino.
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