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STORIE

Dall’Amarone Quintarelli avvolto ne “L’Arena” alla grappa Romano Levi ne “Il Sole 24 Ore”

Il vino è ancora poesia, quando racconta delle sue bottiglie più pregiate (con etichette scritte a mano) conservate in cantina nei fogli di giornale

Se c’è una parola che definisce la famiglia Quintarelli è “riservatezza”. Ma anche vini di così alta qualità e raffinatezza, adatti al lunghissimo invecchiamento, da essere tra i più desiderati dai collezionisti di tutto il mondo. La stessa azienda Giuseppe Quintarelli si raggiunge percorrendo una strada stretta, che sale sinuosa sul fianco orientale della valle di Negrar, alle porte di Verona. E riservata è una famiglia che - come abbiamo raccontato in passato su WineNews, in uno dei rarissimi incontri con i media di Fiorenza Quintarelli, figlia e custode dell’eredità del padre Giuseppe, tra i “padri” anche del vino italiano, ed i figli Francesco e Lorenzo, oggi alla guida dell’azienda fondata nel 1924 - ha segnato la Valpolicella, con le sue marogne e le sue splendide ville, e i suoi vini, in modo unico e irripetibile. Tanto da diventare una leggenda, riferimento costante per i produttori stessi e per il loro territorio, e, allo stesso tempo, per il mondo intero, quando si parla di Amarone, oggi tra i vini più celebrati d’Italia anche grazie alle sue vecchie Riserve. Una “cantina-no marketing”, del tutto eccezionale nel rifuggere i troppi eventi e degustazioni, salvo rarissimi casi, che si contano sulle dita di una mano, nel fin troppo rumoroso mondo del vino, ma non per questo sconosciuta. Al contrario: le porte sono sempre aperte, a chi, addetti ai lavori, appassionati e collezionisti, tantissimi stranieri, dagli Usa al Nord Europa, all’Asia, arriva qui per toccare con mano questa sua particolarità, e vedere di persona, nell’era digitale dell’high tech e dell’Ai, l’Amarone, tra le 60.000 bottiglie prodotte ogni anno in 11 ettari vitati, con quotazioni altissime allo scaffale e nelle grandi aste internazionali, ancora oggi conservato in cantina minuziosamente incartato nei fogli del quotidiano veronese “L’Arena”, per proteggerne le celebri etichette scritte a mano, a partire da quelle di Giorgio Gioco, celebre chef del ristorante 12 Apostoli di Verona (oggi 3 stelle Michelin grazie al grande chef Giancarlo Perbellini, ndr).
Lo spunto per ricordare questa storia, che è pura poesia, della famiglia Quintarelli, ce lo hanno dato i 101 anni dalla fondazione da parte di Levi Serafino, a Neive, della Distilleria di Romano Levi, il “grappaiolo angelico” come lo chiamava il maestro del giornalismo enogastronomico italiano Luigi Veronelli, produttore di una delle più pregiate grappe italiane con la sorella Lidia, dalle vinacce di vitigni autoctoni come il Nebbiolo (Barolo e Barbaresco), Barbera d’Alba e Moscato d’Asti - fornite da alcuni tra i più importanti produttori di vino delle Langhe, da Bruno Giacosa ad Angelo Gaja, da Bartolo Mascarello a Rivetti - rimanendo fedele alla tradizione della distillazione a fuoco diretto (con l’ultimo alambicco del genere esistente in Italia che produce sulle 20.000 bottiglie l’anno), ma anche artefice delle iconiche etichette fatte a mano la “donna selvatica che scavalica le colline”, portatrice dell’antica cultura contadina delle Langhe. Un segno distintivo, ma anche un modo per esprimere la filosofia di vita di Levi, figura schiva, lontana dai riflettori e dal clamore del successo commerciale, con un profondo rispetto per la natura, la tradizione e un desiderio di autenticità in un mondo sempre più industriale, nel quale le sue grappe raggiungono prezzi elevatissimi sul mercato collezionistico (con le etichette firmate da artisti come Paolo Conte e Renato Missaglia). Oltre un secolo, di grappa e poesia, ripercorso dal giornalista Stefano Salis, responsabile della redazione Commenti e del “Domenicale” de “Il Sole 24 Ore”, raccontando di come Romano Levi fosse anche un “cultore” del suo giornale come lettore, ma anche perché usava la carta rosa del quotidiano, resistente e con inchiostro che non scolorisce, per avvolgere le sue bottiglie e, a volte, anche per le stesse etichette destinate all’invecchiamento che è uno dei segreti principali della sua arte distillatoria. Tanto che, nel 1991, così scriveva a Veronelli (del quale la Distilleria possiede l’importante collezione di oltre 500 etichette originali), in una lettera in mostra per la ricorrenza della Distilleria alla Fabbrica di Penne Aurora di Torino, altro simbolo dell’eccellenza made in Italy: “caro Gino la mia speranza (e salvezza) è che il giornale “Il Sole 24 Ore” riesca a tirare avanti per tanti anni ancora. Avvolgo le mie bottiglie solo con fogli di questo giornale, l’unico adatto per le mie bottiglie, già dal principio” e “cerca tu di parlare col direttore del Sole 24 Ore perché quando il direttore scriverà che con la fine del mese il giornale chiuderà, chiuderò anche io e per me sarà la fine del mondo”. E, ovviamente, così non fu mai.

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