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EDITORIALE

Verdicchio: chi era e chi è

La parola “Verdicchio” compare in epoca pontificia, nei primi catasti degli insediamenti monastici agli albori del Cinquecento: una presenza significativa segnalata, qualche decennio successivo, anche dai trattati di agricoltura dell’epoca. Nel 1860, a Regno d’Italia appena concepito, il Verdicchio continua a primeggiare nell’areale e sempre il Verdicchio è il vitigno che sopravvive alla fillossera. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il Verdicchio comincia il suo percorso virtuoso, oltrepassando i confini nazionali: è del 1953 l’introduzione della prima bottiglia a forma di anfora, ispirata agli antichi vasi vinari etruschi. In quegli stessi anni il mezzadro scompare progressivamente i proprietari terrieri diventano imprenditori, accompagnando le Marche nell’era delle colture specializzate. Dopo le accelerazioni degli anni Settanta e Ottanta, oggi l’allevamento del Verdicchio occupa oltre 2.000 ettari e la sua forza produttiva è rappresentata da 443 produttori di uve, 102 aziende vinificatrici e 136 imbottigliatori, che lavorano in media oltre 165.000 ettolitri di vino imbottigliato, per un fatturato che supera i 37 milioni di euro: dati dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini, che con i produttori dei Castelli di Jesi ha intrapreso un percorso di valorizzazione della denominazione, arrivando alla Docg per la Riserva nel 2022 e ora anche per il Superiore. L’Istituto, inoltre, ha decretato proprio in questi giorni un obbligo di stoccaggio di Verdicchio dei Castelli di Jesi: bilanciamento di mercato necessario per affrontare alcune difficoltà congiunturali ed evitare eventuali speculazioni. Tutte misure, queste, che confermano la maturità di un Istituto coinvolto da tempo in modo proficuo a sostenere il lavoro dei produttori e la riconoscibilità di un territorio vinicolo di qualità.

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