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EDITORIALE

Nobiltà e Chianti Classico

C’è forse una terra del vino italiana che più di altre nasce e si sviluppa grazie alla nobiltà. Non è il peso dei titoli a contare, ma, piuttosto, la capacità di scrivere una storia che non ha eguali tra i vigneti del Bel Paese. Il “teatro” di questo percorso virtuoso è quello che oggi è conosciuto come Chianti Classico. Dell’attività vitivinicola della famiglia Antinori si cominciò a parlare nel 1385, anno in cui Giovanni di Piero entrò a fare parte dell’Arte dei Vinattieri di Firenze. E poi ci fu Antonio Antinori, a capo della Congregazione che redasse il bando di Cosimo III nel 1716. L’avventura vinicola dei Frescobaldi, già nel Cinquecento, riscuoteva l’apprezzamento di personaggi come Michelangelo ed Enrico VIII. E nel XIX secolo, Vittorio degli Albizi (imparentatosi con la famiglia) portò una ventata di novità a Pomino e Nipozzano introducendo i vitigni “borgognoni”. Si deve a Ser Lapo Mazzei, nel 1398, il primo documento conosciuto sull’uso della denominazione “Chianti”. E poi Filippo Mazzei, negli Stati Uniti freschi d’indipendenza, che comprò 700 acri di terra in Virginia, dando così vita alla prima Wine Company americana. I Ricasoli conobbero ben presto il successo esportando i loro vini, già nel Seicento. Con il “Barone di Ferro”, Bettino Ricasoli, che inventò, in una lettera del 1872, la celeberrima “ricetta” del Chianti. La famiglia Corsini contribuì, tramite il Principe Tommaso, deputato del Regno d’Italia fra il 1865 e il 1882, all’ammodernamento dell’agricoltura della Toscana. E poi i Capponi, poco prima della nascita del Granducato di Toscana, con Niccola di Andrea (1524) acquisirono poderi in Val di Greve e, nel 1613, con Niccola Capponi scrissero un piccolo trattato di perizia enologica riguardo il “Modo di fare il vino alla franzese”.

(fp)

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