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EDITORIALE

Il futuro del Barolo sta nei suoi Cru

Oggi il Barolo è uno dei vini più preziosi delle Langhe, in molti casi anche d’Italia, e nasce da vigneti ad alto valore patrimoniale (anche alcuni milioni di euro ad ettaro negli areali più importanti). E proprio le singole vigne i “Cru” sono state fondamentali nell’elevare in pochi decenni l’immagine e la percezione del Nebbiolo, ribaltando di fatto una situazione che, negli anni Cinquanta del Novecento, vedeva il Dolcetto come il vino trainante del territorio, con il Barolo che arrivava dopo. Fu all’inizio degli Anni Sessanta che produttori illuminati cominciarono a vinificare separatamente le uve dei vigneti migliori, per arrivare al riconoscimento ufficiale delle Menzioni Geografiche Aggiuntive (MGA) del Barolo nel 2010 (complessivamente 181). Un caposaldo fondamentale che ha proiettato tutto un territorio nel gotha dell’enologia mondiale dove pochi metri di terra fanno la differenza nel carattere di un vino. Perché le MGA definiscono una provenienza e questo è il loro grande valore aggiunto. Le menzioni del Barolo possono essere paragonate ai “Cru” francesi: il principio è lo stesso e, soprattutto, solo per fare l’esempio più immediato, è possibile comunicarlo anche all’estero sapendo di utilizzare un termine noto. Ma i “Cru” non sono una bacchetta magica che risolve tutti i problemi: i risultati arrivano col tempo. Anche a Barolo si continua a lavorare per poter migliorare il sistema per un ulteriore valorizzazione di questo strumento. Uno strumento fondamentale anche e soprattutto in proiezione futura, in una fase in cui il mondo del vino è sempre più attento ai territori d’eccellenza e a condividere la loro espressione unica e originale.

Buona lettura.

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