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EDITORIALE

Sull’origine dell’Amarone

L’origine dell’Amarone sarebbe da ricollegarsi a quanto accadde nel 1936 quando Adelino Lucchese - cantiniere della Cantina Sociale Valpolicella - dimenticò una botte di Recioto, vino dolce della Valpolicella, che, a fermentazione completata, divenne secco. E al ritrovamento del “Recioto scapà” (cioè sfuggito al controllo) Lucchese avrebbe sentenziato: “questo non è un Amaro, è un Amarone”, coniando inconsapevolmente il nome del vino. Ma la realtà “vera” sarebbe diversa. Un’ampia ricerca archivistica dimostra che l’Amarone non nasce da una casualità, ma è un vino a sé, frutto di un preciso progetto enologico destinato ad un nuovo prodotto tipico della Valpolicella. A testimoniare una produzione “autonoma” dell’Amarone non sono solo le giacenze di annate precedenti alla 1936, ma soprattutto i numerosi documenti raccolti dalla studiosa Marina Valenti, con il supporto scientifico di Francesco E.Benatti, dell’Archivio Storico dell’Unione Italiana Vini (Uiv). Un patrimonio documentario inedito e conservato negli archivi privati, tra gli altri, di Pieralvise Serego Alighieri (1875-1943), nonno dell’omonimo Pieralvise, oggi alla guida di Possessioni Serego Alighieri e discendente di Dante Alighieri, che trascorse sette anni del suo esilio proprio a Verona, dove il figlio Pietro si stabilì acquistando terreni. Una fitta corrispondenza, per esempio, con Edoardo Ottavi (direttore del “Giornale Vinicolo Italiano”) e con il professor Tito Poggi (segretario generale della “Società degli Agricoltori Italiani”, tra il 1911 e il 1916), in cui Pieralvise Serego Alighieri difende l’Amarone come vino tipico della Valpolicella.

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