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VINO E GIUSTIZIA

Barolo imbottigliato fuori zona, Orlando Pecchenino assolto in pieno: “il fatto non sussiste”

La sentenza della Corte di Appello di Torino su una denuncia del 2016. Il produttore: “soddisfazione, ma nessuno ripagherà mai il danno”

Un’assoluzione, sebbene con formula piena, “perchè il fatto non sussiste”, è sempre una buonissima notizia. Anche se fa meno notizia non solo di una condanna, ma anche di un’ipotesi di reato, o di un patteggiamento che, spesso, l’imputato accetta non tanto per ottenere uno sconto di pena in quanto colpevole, ma perchè, pur innocente, quella di patteggiare è spesso la via più breve per limitare i danni e sbloccare le cose contro le lungaggini della nostra giustizia. Tanto quando si tratta di vicende strettamente personali che aziendali. Subendo un danno materiale e morale enorme, che neanche la stessa assoluzione, alla fine, riesce a riparare. Come successo ad Orlando Pecchenino, alla guida di una delle realtà storiche delle Langhe, a conduzione familiare fin dalla fine del Settecento, quando è nata. Colpito, nel 2016, da un accusa grave, nel mondo del vino, quello dell’imbottigliamento fuori zona per una Docg prestigiosa come il Barolo, soprattutto per chi, come lo stesso Pecchenino, all’epoca era presidente del Consorzio di Barolo e Barbaresco.
Una vicenda che ha coinvolto Orlando Pecchenino, il fratello e l’azienda, e che “ieri, 26 ottobre 2021, con la sentenza della Corte di Appello di Torino, si è conclusa, con il riconoscimento delle nostre ragioni e un’assoluzione piena “perché il fatto non sussiste””, come spiega lo stesso produttore, in una lettera inviata a WineNews. Una notizia importante, per l’uomo, per l’azienda e per il prestigio di un territorio che è uno dei più importanti al mondo.

“Tutto inizia nel 2016 con un’infondata denuncia, nella quale si ipotizzava - ripeto, ipotizzava - la vinificazione fuori zona dei nostri Barolo. Ci fu un sopralluogo da parte dei Nas e Icqrf - racconta Pecchenino - che ha prodotto l’immediato sequestro di 12 annate di Barolo. Otto annate (dalla 2005 alla 2012) in bottiglia stoccate nella cantina di Dogliani che rappresentavano la nostra riserva storica, e inoltre vi erano selezioni di particolare pregio, e tre annate stoccate nelle botti nella cantina di Monforte d’Alba, 2013, 2014 e 2015. Queste ultime vini in fase di invecchiamento, in attesa di certificazione atti a Nebbiolo da Barolo con menzione Bussia e Le Coste di Monforte. La situazione - scrive ancora il produttore - si è presentata subito nella sua drammaticità. Tutto il vino Barolo di nostra produzione era stato oggetto di sequestro penale (si tenga presente che, oltre alla vicenda penale, abbiamo visto porre sotto sequestro amministrativo anche altro ingente quantitativo di vino atto a nebbiolo, e, anche in quel caso, il Tribunale adito in opposizione, in accoglimento delle nostre ragioni , ha successivamente revocato sequestro e sanzione amministrativa)”.
Ovviamente, il primo pensiero era come mandare avanti un’azienda che si era vista bloccare, di colpo, praticamente tutto la produzione disponibile. “Dopo aver consultato i miei legali e richiesto pareri a consulenti, produttori delle diverse zone viticole italiane, abbiamo deciso di chiedere il dissequestro relativo alle annate stoccate nelle botti. Per salvare il vino e il mio lavoro, ho dovuto mio malgrado ricorrere al patteggiamento al Tribunale di Asti, condizionatamente al dissequestro del prodotto. Non si poteva aspettare: il vino non poteva essere stoccato nelle botti, senza i dovuti controlli, per gli anni necessari ad attendere l’esito del processo. Avremmo perso tutta la produzione. Anche un’eventuale assoluzione diventava inutile di fronte alla perdita del vino stesso per il suo deterioramento”. E così, racconta ancora Orlando Pecchenino, l’azienda ha ottenuto il rilascio del vino, in parte a Barolo, in parte riclassificato a Langhe Nebbiolo. “Per le bottiglie, invece, la scelta è stata di non arrenderci e discutere la causa in Tribunale, a Cuneo. Volevamo e dovevamo arrivare in fondo e dimostrare che in questi anni abbiamo sempre lavorato con onestà e serietà. Questa soluzione è stata resa possibile dalla non deteriorabilità delle bottiglie (conservate in cantina a temperatura e umidità controllate) circostanza che ci avrebbe consentito di dimostrare la nostra estraneità ai fatti che ci venivano attribuiti”.
Ovviamente, e non poteva essere altrimenti, i fatti ebbero una grande eco mediatica, sulla stampa di settore, ma non solo. “All’epoca dei fatti, io ero presidente del Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe Dogliani. Fatto che aggravò la ripercussione sui media. Sono stato eletto, nel maggio 2016, con un largo consenso. Penso di aver svolto nel migliore dei modi il mio mandato. Ho svolto il mio incarico con grande passione e impegno senza percepire alcun compenso. A febbraio 2018, ho deciso di rassegnare le dimissioni da presidente perché non volevo coinvolgere il Consorzio nelle mie vicende personali. Ringrazio chi mi ha incoraggiato e sostenuto, invitandomi a non dimettermi e ad andare avanti. Ho ritenuto però opportuno salvaguardare l’istituzione Consorzio e dedicarmi alla vicenda per dimostrare la mia, la nostra innocenza, e alla mia azienda che rischiava di non poter andare avanti”.
Una scelta difficile ma vincente, quella di Pecchenino, alla luce dei fatti e dell’assoluzione con formula piena arrivata ieri ma, come sempre avviene in questi casi, non senza conseguenze. “Vi lascio immaginare il turbamento che ha provocato questa vicenda a me, alla mia famiglia, ai miei genitori - scrive Orlando Pecchenino - segnati pesantemente nella loro serenità in questi ultimi anni della loro vita. Mio papà è morto a giugno 2019. Mi spiace pensare ogni giorno che se n’è andato con il cuore affranto. Questa vicenda ha prodotto alla mia azienda, un danno di immagine ed economico incalcolabile. Grandi difficoltà fisiche e psicologiche per me, mia moglie, le mie figlie e tutta la famiglia. Oggi finalmente è stata fatta giustizia: siamo stati assolti con formula piena “perché il fatto non sussiste”. La soddisfazione di vedere riconosciute le nostre ragioni è enorme seppure siamo ben consapevoli che nessuno ci potrà mai ripagare dell’ingente danno procurato. Considerato che il tutto ha avuto origine dalla denuncia di un privato, mi rimane una grande amarezza. Mi chiedo cosa spinga le persone a danneggiare la vita di una famiglia. Il tempo, in questi casi, è un grande alleato e forse riuscirà, se non a far dimenticare, a stemperare questa brutta esperienza”.
Questo le parole del produttore, nel ringraziare “i miei consulenti, Paolo Terzolo, Vittorio Portinari e Piero Cane per il loro fattivo e competente contributo, gli avvocati Luisa Pesce e Fabrizio Mignano, i legali che mi hanno accompagnato nei diversi sviluppi di questa dolorosa vicenda, con grande professionalità, competenza e umanità, ed i consiglieri e il direttore del Consorzio di tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani e i colleghi produttori che mi sono stati vicini”. Una brutta storia, ma, almeno, con un lieto fine.

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